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    ULTIME NOTIZIE SUI TUMORI DEL SENO, PROSTATA ECC. (Aggiornato il 14 settembre 2011) Stampa E-mail
    Scritto da Enzo   
    domenica 23 gennaio 2011

     

    WWW.ROBEDAMATTI.NET                        Cesena, aggiornamento continuo.

    Tumori al seno e alle ovaie:

    Le donne di nuova generazione devono sottoporsi ad accertamenti otto anni prima della generazione precedente.

    Nelle donne, l'insorgenza dei tumori ereditari tende a essere sempre più precoce nelle nuove generazioni.

    Uno studio appena pubblicato sul Cancer, organo della American Cancer Society, dimostra che le donne che sviluppano alcuni tumori ereditari tendono a svilupparli prima delle donne della generazione precedente. Gli autori dello studio sottolineano dunque l'importanza di anticipare il monitoraggio per diagnosi di cancro in modo da determinare meglio le attività di consulenza, screening e cura.

    E' noto che le donne che hanno mutazioni nei geni BRCA hanno un alto rischio di sviluppare tumore al seno e tumori ovarici in giovane età. Poichè mutazioni di questo tipo sono spesso ereditate, alcuni ricercatori dell'Università del Texas, si sono chiesti se una donna con mutazione nei geni Brca della generazione successiva tenderà a sviluppare il cancro prima dei propri genitori.Jennifer Litton, dell'Anderson Cancer Center di Houston (University del Texas), ed i suoi collaboratori hanno esaminato le tendenze della diagnosi di cancro fra diverse generazioni nelle famiglie con una storia di BRCA-correlati al tumore.

    Su 132 donne coinvolte nello studio, tutte con cancro al seno e con mutazioni del gene BRCA, 106 avevano un membro della famiglia nella generazione precedente cui era stato diagnosticato un cancro al BRCA-correlati (sia al seno o di cancro alle ovaie).Nel valutare le differenze di età tra generazioni in ogni famiglia, i ricercatori hanno scoperto che l'età media della diagnosi di tumore nella seconda generazione era di 42 anni contro i 48 anni di prima generazione.

    Una successiva analisi più inclusiva del gruppo di studio ha rivelato che l'attesa di insorgenza del cancro è diminuita di 7,9 anni tra la prima generazione alla seconda.Il National Comprehensive Cancer Network suggerisce pertanto di iniziare lo screening per il cancro al seno ereditario all'età di 25 anni, o comunque da cinque a dieci anni prima dell'età delle prime diagnosi in una famiglia.

    "La nostra ricerca ci dice che dobbiamo continuare a effettuare proiezioni e screening almeno dieci anni prima di quanto abbiamo fatto sinora", ha detto Litton.

    AGI Salute

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    L'epidemia silenziosa delle malattie non trasmissibili

    Più di tre milioni di morti all’anno. E’ il numero delle vittime dell’inattività e di uno stile di vita sempre più sedentario. Il dato è stato presentato dalla World Health Organization che ha redatto l’ultimo Rapporto sulle malattie non trasmissibili (Report on Noncommunicable Diseases).I ricercatori hanno raccolto milioni di dati provenienti da ogni parte del mondo e hanno fotografato l’incidenza delle malattie collegate agli stili di vita. Il 31% delle persone con più di quindici anni fa un’attività fisica inadeguata rispetto a quanto viene ritenuto efficace per mantenersi in buona salute e per ridurre sovrappeso e obesità: trenta minuti di sport moderato per cinque volte alla settimana oppure venti minuti di attività intensa per tre volte alla settimana.

    L’allarme sedentarietà è elevato soprattutto nei Paesi sviluppati: il 41% degli uomini e il 48% delle donne in queste zone del mondo non fanno attività fisica contro il 18% degli uomini e il 21% delle donne abitanti nei Paesi in via di sviluppo.I numeri di questa sorta di 'emergenza-inattività fisica' si traducono in un totale di 3 milioni e duecentomila morti per malattie collegate direttamente o indirettamente alla sedentarietà: soprattutto diabete e malattie cardiovascolari.

    Biopsia epatica

    Che cos'è la biopsia epatica - A che serve - Cosa devo sapere - Come si svolge Che cos'è la biopsia epaticaLa biopsia epatica consiste nel prelevare un piccolo frammento di tessuto epatico (circa 1/160.000 della massa epatica).

    A che serve

    La biopsia rappresenta il metodo migliore per la diagnosi di malattie epatiche acute e croniche ed è, generalmente, l'ultimo stadio dell'iter diagnostico delle malattie epatiche.Nella maggior parte dei casi, permette di formulare una diagnosi di certezza e di chiarire eventuali dubbi sull'etiologia (causa) e fornisce dati fondamentali perché si possa giudicare la severità della epatopatia e prevederne l'evoluzione. Può essere, inoltre, utilizzata per valutare l'efficacia di terapie specifiche.E' solitamente impiegata per le malattie croniche che hanno varia etiologia e che hanno come comune denominatore il perdurare di infiammazione del fegato. Lo sviluppo di questo gruppo di patologie può essere determinato da numerosi fattori etiologici, tra cui i più importanti sono:

    Tra le suddette cause risultano di gran lunga prevalenti le infezioni virali, in particolare quelle sostenute dal virus della epatite C (HCV), e l'alcool. In particolare, nella nostra area geografica l'etiologia virale è la prima per frequenza seguita dall'abuso etilico. In molta parte dell'Italia settentrionale, come pure nel Nord Europa e negli altri paesi occidentali è, invece, più frequente l'abuso di alcool.

    Cosa devo sapere

    La metodica comporta un rischio intrinseco di complicanze quali:

    • emoperitoneo (ossia emorragia con presenza di sangue nel cavo peritoneale);
    • peritonite biliare (per presenza di bile nel cavo peritoneale);
    • infezioni;
    • emotorace (emorragia con presenza di sangue nel cavo pleurico);
    • pneumotorace (presenza di aria nel cavo pleurico);
    • pleurite;
    • ematoma intraepatico (raccolta di sangue all'interno del fegato);
    • puntura di altri organi;
    • dolore.

    Il rischio di morte è estremamente basso e, in varie casistiche raccolte circa 10 anni or sono, è di circa lo 0,01%, quasi sempre associata ad emorragia intraperitoneale o intratoracica ed a biopsia effettuata su tumore epatico o su fegato cirrotico.Attualmente le complicanze sono drasticamente ridotte di numero e di gravità per l'introduzione della guida ecografia e di nuovi aghi di minore calibro e meno traumatici. La remota possibilità di insorgenza di complicanze è, inoltre, da mettere in rapporto all'esperienza dell'operatore.E' pertanto preferibile che tale indagine sia eseguita presso idoneo centro specializzato. La biopsia non determina alcuna modificazione a carico del fegato, né influisce sul decorso della malattia. La resistenza dei pazienti a sottoporsi a biopsia epatica, che deriva da false convinzioni, non ha, pertanto, motivo di sussistere.

    Come si svolge

    La procedura prevede una degenza minima e può anche essere eseguita in regime di Day Hospital.Il paziente deve essere a digiuno ed in decubito supino. Previa disinfezione della cute ed anestesia locale, in corrispondenza di uno spazio intercostale di destra, si introduce un ago (ago di Menghini o da questo derivati).L'ago, fornito di punta tranciante con canale interno sottovuoto, attraversa i vari strati fino al fegato dove, approfondendosi ulteriormente, è in grado di prelevare un frustolo di tessuto della lunghezza di qualche centimetro (generalmente 2-4).

    La metodica prevede l'ausilio della ecografia che consente all'operatore di valutare esattamente il tragitto da far percorrere all'ago. L'aiuto ecografico può consistere nella semplice scelta del punto di ingresso dell'ago (biopsia eco-assistita) o nell'uso di guide bioptiche le quali, montate sulla sonda ecografica, permettono all'ago di seguire un tragitto preventivamente tracciato dall'apparecchio ecografico (biopsia eco-guidata). La biopsia è, solitamente, indolore e richiede minima collaborazione da parte del paziente.

    Malattie oncologiche: prevenzione e diagnosi

    I tumori al seno, al polmone, alla prostata e al colon-retto sono tra quelli più diffusi in Italia.

    Circa 390.000 donne ogni anno scoprono di avere un tumore al seno.
    Il cancro del colon-retto interessa quasi 48.000 nuovi casi all'anno e riguarda per lo più gli uomini, come il cancro alla prostata il cui rischio aumenta con l'età. Quello ai
    polmoni, in forte aumento fra la popolazione femminile, è soprattutto legato all'incidenza del fumo di sigaretta.

    Questi dati allarmanti (Fonte: ISS) dimostrano che il cancro colpisce sempre più di frequente ma, di contro, la possibilità di sopravvivenza e le aspettative di vita sono migliorate.

    Prevenzione, diagnosi precoce e ricerca sono gli strumenti più efficaci per sconfiggere la malattia.

    Proteina chiave per frenare il cancro al seno

    Inibendo una specifica proteina si può rallentare un particolare tipo di tumore al seno.E' quanto scoperto da un team di ricercatori italiani coordinati da Paola Nisticò, del Laboratorio di Immunologia dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena in collaborazione con l'Università Sapienza di Roma e con l'Istituto San Raffaele di Milano, che hanno dimostrato che i tumori al seno contemporaneamente positivi per l'espressione dell'oncogene Her2 e della proteina hMena, sono particolarmente aggressivi.Esperimenti condotti in vitro su cellule di carcinoma della mammella hanno dimostrato come inibendo hMena si abbia un rallentamento della proliferazione tumorale indotta da Her2. Lo studio, in parte finanziato dall'AIRC, è stato pubblicato dalla rivista PLos-One.I dati ottenuti non solo evidenziano il ruolo fondamentale di hMena nello sviluppo delle neoplasie mammarie, ma suggeriscono anche che interrompendo i segnali di comunicazione molecolari che intercorrono tra hMena e Her2 si possa arrestare la progressione tumorale.Il gene hMena, identificato per la prima volta all'Istituto Regina Elena dalla stessa Nisticò e da Francesca Di Modugno, è assente nell'epitelio delle mammelle sane e compare invece nelle lesioni benigne che evolvono in tumori. Esso si candida quindi ad essere un marker di diagnosi precoce per il cancro al seno e un importante target terapeutico.Per identificare alcuni meccanismi di comunicazione che le cellule tumorali utilizzano per proliferare, stimolate da segnali che provengono sia dalla cellula stessa che dal microambiente tumorale, i ricercatori hanno studiato la cooperazione tra l'oncogene Her-2 e la proteina hMena nei tumori al seno.Il gene hMena dà origine a diverse varianti proteiche che si sono dimostrate validi marcatori precoci di carcinoma mammario, in quanto sono presenti solo nelle lesioni benigne che hanno però una elevata probabilità di evolvere in cancro. Ciò avviene, con molta probabilità, poichè hMena regola il complesso di filamenti proteici che costituiscono l'impalcatura delle cellule, il così detto citoscheletro.Questa è una struttura molto dinamica, che controlla la forma e la funzione di ogni cellula. In quelle cancerose, questo 'scheletro mobile' cambia per l' aumentata espressione di hMena e delle sue varianti. La ricerca getta una luce sui meccanismi che regolano l'interazione tra questi due geni che vengono co-espressi proprio da quelle neoplasie del seno con l'andamento clinico peggiore."hMena si rivela un utile marker sia diagnostico che prognostico - suggerisce Nisticò - inoltre si potrebbero individuare farmaci inibitori di hMena per interrompere i segnali che ne permettono la cooperazione col gene Her2, migliorando così il decorso clinico dei tumori al seno più aggressivi".

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    Tumori: i quattro big killer colpiscono di più, ma uccidono di meno

    I quattro big killer in Italia si chiamano tumore al seno, al polmone, alla prostata e al colon-retto.Complessivamente il tumore al seno è la neoplasia più frequente tra le donne. Secondo i dati del Centro nazionale di epidemiologia sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità, resi noti in occasione del recente congresso dall'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), sette donne su cento faranno i conti con la malattia entro gli ottant’anni di vita e ogni anno si ammalano circa 389.000 donne.Eppure si registra una disparità regionale, relativamente all’incidenza della malattia, piuttosto significativa: il carcinoma mammario ha un’incidenza relativamente bassa nel Sud e nelle isole, rispetto a quella che si registra nei Paesi industrializzati, mentre nelle regioni settentrionali è in aumento.I motivi di questo gap non sono del tutto chiari, spiegano gli esperti, ma si suppone che lo stile di vita e alimentare, l’inquinamento e il fatto che al Nord si facciano meno figli possano giocare un ruolo importante nella definizione del rischio.I dati più recenti rivelano anche che si registra un forte aumento dell’incidenza delle malattie a carico dell’intestino. Il colon retto è una neoplasia in forte ascesa, con i suoi 47.500 nuovi casi ogni anno e con un 55% di pazienti che muoiono a seguito della malattia, e sta diventando la neoplasia più frequente nella popolazione maschile e la seconda in quella femminile.Ma anche il tumore alla prostata è in ascesa: nel 2008 si sono registrati 42.804 nuovi casi e più di novemila decessi. Il rischio di questa neoplasia cresce con l’avanzare dell’età, pertanto è importante sottoporsi a regolari visite di controllo.Il tumore ai polmoni resta uno dei tumori più diffusi e colpisce sempre di più le donne (soprattutto perché è in aumento il numero di fumatrici e perché l’organismo femminile è più vulnerabile ai danni provocati dalle sostanze cancerogene contenute nella sigaretta): anni fa il tumore colpiva 5 uomini ogni donna, oggi, invece, il rapporto è di 2,5 uomini su una donna. Nel 2008 circa 32.000 persone si sono ammalate di tumore ai polmoni e 26.211 sono state le vittime.Se i dati relativi all’incidenza dei tumori sono allarmanti, quelli relativi alla mortalità sembrano essere positivi: i tumori colpiscono con una maggiore frequenza, ma uccidono di meno rispetto al passato.Probabilmente perché le campagne di sensibilizzazione cominciano a dare i propri frutti e spingono le persone a sottoporsi con maggiore regolarità a visite di controllo che permettono una diagnosi precoce: se preso in tempo, quando la dimensione non supera 1-2 centimetri e il cancro non ha invaso altri tessuti, il carcinoma mammario, ad esempio, può essere curato nel 95% dei casi.Ma è importante anche ribadire che alcuni tumori possono essere prevenuti. Il cancro ai polmoni può essere prevenuto nella maggior parte dei casi smettendo di fumare (i dati rivelano che il fumo è responsabile dell’87% dei casi di tumore), così come una dieta povera di grassi animali, ricca di fibre, cereali e verdure, unita  a uno stile di vita attivo, può contribuire a ridurre il rischio di tumore al colon-retto.Ma anche l’atteggiamento con il quale si affronta la malattia sembra esser importante: uno studio condotto dall’università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha concluso che il 90% delle persone reagisce bene alla malattia e la stessa percentuale riferisce di aver riportato almeno un beneficio dall’aver vissuto e sconfitto il tumore.

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    Oncologia

    Carcinoma mammario

    Che cos'è? - Qual è la causa dell'insorgenza del carcinoma mammario? - Come si previene il carcinoma mammario ? - Quali sono i sintomi del carcinoma mammario ? - Come viene diagnosticato il carcinoma della mammella? - Qual è la terapia per il carcinoma mammario?

    Che cos'è?

    Il carcinoma della mammella è il cancro più diffuso nelle donne e la seconda causa di morte per tumore nella donna. Purtroppo, si riscontra un lieve, ma costante aumento in tutto il mondo, soprattutto nei paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo. È soltanto grazie alle nuove scoperte diagnostiche e terapeutiche che la mortalità per carcinoma mammario si è stabilizzata e perfino ridotta in alcune aree.

    Qual è la causa dell'insorgenza del carcinoma mammario?

    La causa è sconosciuta, ma sono stati individuati dei fattori di rischio.

    Età
    Il rischio di carcinoma mammario aumenta con l'aumentare dell'età; poco frequente prima dei 35 anni, questo tumore è molto più diffuso dopo i 50; ad altissimo rischio le donne dopo i 60 anni;

    Precedenti familiari
    Parenti colpite da carcinoma alla mammella costituiscono un fattore di rischio doppio rispetto a chi non ha in famiglia casi di carcinoma;

    Fattori genetici
    In alcuni casi, la predisposizione alla malattia sembra essere in relazione con l'ereditarietà; pare, infatti, che questa predisposizione sia legata alle mutazioni di alcuni geni;

    Lesioni benigne
    Alcuni tumori mammari benigni rappresentano un fattore di rischio rilevante nell'insorgenza del susseguente carcinoma; questi tumori sono l'iperplasia globulare atipica, il carcinoma globulare in situ ed il carcinoma duttale in situ;

    Gravidanza
    Il rischio di sviluppare carcinoma mammario sembra aumentare con l'aumento dell'età della prima gravidanza; il rischio più alto, ovviamente, è presente in quelle donne che non hanno avuto figli;

    Ormoni
    Il rischio di insorgenza aumenta con l'aumentare dell'esposizione del tessuto mammario agli estrogeni; infatti, il rischio è maggiore in donne che hanno avuto la prima mestruazione prima dei 12 anni o che sono andate in menopausa dopo i 55 anni o a cui sono stati somministrati estrogeni per prevenire i sintomi della menopausa;

    Obesità
    L'obesità sembra essere un fattore di rischio importante poiché il tessuto adiposo è la fonte principale di estrogeni nella donna in menopausa;

    Dieta
    Il rischio di sviluppo di carcinoma mammario pare essere direttamente in relazione con il consumo di grassi animali e inversamente proporzionale al consumo di fibre vegetali.

    Come si previene il carcinoma mammario ?

    Ci sono due tipi fondamentali di prevenzione: lo screening senologico e la chemioprevenzione.

    Lo screening senologico
    È il metodo preventivo più importante e si basa sull'esecuzione di una mammografia biennale. Questo metodo riesce ad incidere sulla mortalità per carcinoma alla mammella per il 30%. Lo screening va effettuato sulla popolazione femminile compresa tra i 50 ed i 69 anni, mentre è ancora dubbia la reale utilità al di sotto e al di sopra dei due limiti di età. Al di fuori dello screening può essere utile l'autopalpazione mensile, una visita periodica dallo specialista e mammografie al di fuori della fascia di età su menzionata.

    Chemioprevenzione
    È un approccio sperimentale basato sull'utilizzo di farmaci, prevalentemente antiestrogeni, che prevengano l'insorgenza del carcinoma mammario.

    Quali sono i sintomi del carcinoma mammario ?

    Il quadro di esordio è caratterizzato da lesioni molto piccole e spesso asintomatiche, non palpabili durante l'esame clinico e scoperte soltanto durante lo screening mammografico. Quando il tumore cresce, i primi sintomi possono presentarsi come presenza di noduli duri, ma senza dolore, secrezione dal capezzolo di sostanze sierose o di sangue, retrazione del capezzolo, eczema del capezzolo e/o dell'areola.
    Qualora il tumore non sia stato diagnosticato in fase iniziale, è possibile riscontrare i seguenti sintomi: ulcerazione della pelle della mammella, infiammazione (seno arrossato, ingrossato, con edema, caldo), linfoadenopatie.

    In presenza di metastasi, i sintomi possono variare a seconda del luogo in cui si è sviluppata la metastasi:

    ·         metastasi ossee: forte dolore;

    ·         metastasi polmonari: tosse o dispnea progressiva;

    ·         metastasi epatiche: asintomatica fino allo sviluppo di insufficienza epatica in fase avanzata;

    ·         metastasi cutanee: papule, ulcerazioni, corazze;

    ·         metastasi cerebrali: ipertensione endocranica (con cefalea, nausea e vomito).

    Tumori al seno: il vino rosso aiuta a prevenirli

    Un consumo moderato di alcol aiuta a prevenire il cancro. Lo afferma uno studio pubblicato sul Journal of Women's Health da un team di ricercatori del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles.Secondo gli autori dello studio le sostanze chimiche presenti nei semi e nelle bucce di uva rossa aiutano a ridurre leggermente i livelli di estrogeni e ad aumentare quelli di testosterone tra le donne in pre-menopausa, riducendone così il rischio di cancro al seno. Lo studio contraddice la convinzione diffusa secondo cui il consumo di tutti i tipi di bevande alcoliche aumenta le probabilità nelle donne di sviluppare il cancro al seno, ciò perchè l'alcool aumenta i livelli di estrogeni, a loro volta causa della crescita delle cellule tumorali. I ricercatori hanno invece scoperto che le donne in pre-menopausa che avevano consumato otto once di vino rosso ogni sera per circa un mese, hanno avuto più bassi livelli di estrogeno e più alti livelli di testosterone.I ricercatori hanno provato anche con un altro gruppo di donne, somministrando però vino bianco anzichè rosso, non avendo però lo stesso effetto. "Se si ha l'occasione di bere un bicchiere di vino a cena, conviene prendere in considerazione un bicchiere di vino di rosso", ha detto Chrisandra Shufelt, ricercatrice al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles e coautrice dello studio.Lo studio ha coinvolto 36 donne in pre-menopausa, selezionate in modo casuale in due gruppi: il gruppo del vino rosso (Cabernet Sauvignon) e quello del vino bianco (Chardonnay). Per un mese le donne hanno bevuto otto once dei vini loro assegnati ogni sera. Durante il secondo mese i due gruppi sono stati scambiati. Il sangue è stato raccolto da ciascun partecipante quattro volte, due volte al mese, per verificare i livelli di ormoni.Gli scienziati hanno così scoperto che il vino rosso abbassa i livelli di estrogeni, principale responsabili della crescita delle cellule tumorali. Glenn D. Braunstein, coautore della ricerca, ha spiegato che se anche il vino bianco sembra mancare degli elementi protettivi presenti nel vino rosso, questo non significa necessariamente che il vino bianco aumenti il rischio di cancro al seno."Ci sono sostanze chimiche nella buccia dell'uva rossa e nei semi d'uva rossa che non si trovano nelle uve bianche - ha spiegato - che possono ridurre il rischio di cancro al seno".

    Come viene diagnosticato il carcinoma della mammella?

    È possibile porre diagnosi del carcinoma mammario con le seguenti metodiche:

    ·         esame clinico: ispezione e palpazione dei seni per verificare l'esistenza di noduli, alterazioni del capezzolo e della pelle, edemi regionali o secrezioni;

    ·         mammografia: è l'esame più importante per porre diagnosi poiché permette di verificare l'esistenza di noduli, microcalcificazioni, segni di infiltrazione e distorsione del parenchima. La mammografia permette di rilevare anche lesioni di pochi millimetri e, con i nuovi apparecchi, di prelevare un campione per la biopsia;

    ·         ecografia: è utile come integrazione dell'esame clinico e della mammografia soprattutto in caso di donne giovani e quindi con seni che risultano opachi alla mammografia;

    ·         esame citologico con aspirazione tramite ago sottile: serve per confermare o escludere la diagnosi di tumore in presenza di esami strumentali dubbi;

    ·         stadiazione: valuta l'estensione del carcinoma e le eventuali metastasi e andrebbe effettuata prima di qualsiasi intervento terapeutico.

    Qual è la terapia per il carcinoma mammario?

    Solitamente ci sono terapie locoregionali, che hanno lo scopo di rimuovere il tumore ed hanno un effetto soltanto locale, e terapie sistemiche, che prevengono eventuali recidive o rendono operabili masse tumorali in stadio avanzato. Tra le terapie locoregionali, la chirurgia, sia conservativa (cioè asportazione della sola parte malata del seno), che radicale (completa asportazione del seno colpito) a cui si fa seguire una radioterapia.
    Per quanto riguarda le terapie sistemiche, la terapia endocrina, efficace soltanto per i tumori caratterizzati dalla presenza di recettori per ormoni steroidei, mira a contrastare l'effetto degli estrogeni sulle cellule tumorali, e la chemioterapia, efficace per tutte le donne, dispone di un'ampia gamma di farmaci chemioterapici, in quanto il carcinoma mammario si è rivelato sensibile a molti farmaci di questo tipo.

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    Oncologia

    Carcinoma prostatico

    Cos'è - Come me ne accorgo - Gli esami - Cosa aspettarsi - Che fare - Consigli - 5 domande al medico

    Cos'è

    La prostata è una ghiandola dell'apparato genitale maschile che partecipa alla formazione dello sperma. Ha la forma di una castagna ed è situata al di sotto della vescica. La ghiandola avvolge a manicotto l'uretra, prima che questa giunga nel pene. Nel corso degli anni, le cellule della prostata, per cause ancora in parte sconosciute, possono andare incontro ad alterazioni che le inducono a moltiplicarsi in maniera incontrollata, ad invadere i tessuti circostanti e a formare metastasi. Tali cellule costituiscono il carcinoma prostatico, uno dei tumori maligni più frequenti per i maschi.

    Come me ne accorgo

    Il carcinoma insorge per lo più nella parte esterna della ghiandola per cui, all'inizio, non causa generalmente alcun sintomo. Col tempo, ingrandendosi, tende a formare una o più zone di indurimento della prostata che pian piano finiscono per comprimere l'uretra, situata al centro della ghiandola. A questo punto si possono avvertire disturbi urinari vari, quali: 

    ·         frequente stimolo a urinare piccole quantità di urina, soprattutto di notte; 

    ·         difficoltà nell'urinare, come se vi fosse un ostacolo all'uscita dell'urina; 

    ·         bruciore o dolore durante la fuoriuscita dell'urina, con eventuale presenza di sangue.

    Possono comparire, inoltre, disturbi nella funzione sessuale con problemi di erezione, eiaculazione dolorosa e con presenza di sangue nello sperma.
    Questi disturbi non sono specifici dei tumori della prostata, ma sono sostanzialmente simili a quelli dovuti ad altre malattie benigne della ghiandola, quali le infiammazioni e la cosiddetta “ipertrofia prostatica benigna” o “adenoma prostatico”. Quest'ultima è una condizione benigna che affligge la maggior parte degli uomini dopo i 60 anni.

    Tuttavia, in presenza di tali sintomi, è sempre consigliabile consultare uno specialista per scongiurare il pericolo che ci si trovi di fronte ad un carcinoma.

    Gli esami

    In presenza di sintomi sospetti occorre, in ogni caso, consultare uno specialista. Questi, a seconda dei casi potrà decidere di effettuare alcune o tutte le procedure diagnostiche qui di seguito riportate:

    Esplorazione rettale
    Consiste nell'introdurre un dito attraverso l'ano per valutare le caratteristiche tattili della prostata. Consente di individuare aree di indurimento sospetto della ghiandola;

    Dosaggio dell'antigene prostatico specifico (PSA) nel sangue
    Valori del marcatore superiori a 10 ng/ml sono fortemente sospetti. Mentre valori compresi tra 4 ng/ml e 10 ng/ml andrebbero integrati con il dosaggio della frazione libera del PSA nel sangue;

    Ecografia transrettale
    Si attua introducendo una sonda attraverso l'ano all'interno del retto. Consente un'ottima visualizzazione della struttura della prostata e degli organi circostanti;

    Biopsia prostatica
    Consiste nel prelevare con un ago un frustolino di tessuto dall'area sospetta della ghiandola onde consentirne l'analisi al microscopio.

    Cosa aspettarsi

    Se il tumore alla prostata viene scoperto quando è ancora piccolo e localizzato, guarisce nella maggioranza dei casi.

    Se trascurato, il carcinoma crescerà invadendo le strutture circostanti ed i linfonodi localizzati nella pelvi e nell'addome, causando dolore al pavimento pelvico e dolore e rigidità alla parte bassa della schiena.

    Inoltre, alcune cellule tumorali possono staccarsi e andare a formare metastasi in altri organi. La più frequente sede di metastasi per i tumori della prostata sono le ossa. Queste metastasi sono in genere piuttosto dolorose.

    Che fare

    Come abbiamo detto, quando il tumore è localizzato alla prostata, si tratta di una malattia potenzialmente guaribile. Comunque, anche quando il tumore si sia esteso al di là della prostata, è spesso possibile tenere sotto controllo la malattia per periodi molto lunghi.

    Varie sono le possibilità terapeutiche:

    ·         chirurgia;

    ·         radioterapia;

    ·         terapia ormonale;

    ·         chemioterapia.

    Queste modalità terapeutiche possono essere variamente combinate. La scelta della migliore strategia terapeutica dipende da vari fattori, quali: l'estensione della malattia (stadio), l'età e le condizioni generali del paziente, la presenza di altre malattie concomitanti, l'aspettativa di vita. In alcuni casi, ad esempio in pazienti anziani (età >70-75aa) con tumori a lenta crescita e senza sintomi, è possibile anche avere un atteggiamento di attesa senza terapia, rimandando gli interventi terapeutici a quando i sintomi si manifesteranno.

    La scelta terapeutica è quindi influenzata da fattori molteplici e complessi. Pertanto, al fine di ottenere una corretta impostazione terapeutica è opportuno rivolgersi a centri altamente specializzati.

    Consigli

    Non sono note, al momento, modalità di prevenzione certa del carcinoma prostatico. Tuttavia, il buon senso suggerisce che gli uomini di età superiore ai 55 anni si sottopongano periodicamente all'esplorazione rettale e al dosaggio del PSA nel sangue.

    5 domande al medico

    ·         Quale correlazione esiste tra l'adenoma prostatico ed il cancro alla prostata? 

    ·         Ho sentito parlare della radioterapia conformazionale per la cura dei tumori prostatici. Che cos'è?

    ·         Quali sono gli effetti collaterali degli interventi chirurgici per curare il carcinoma prostatico?

    ·         È possibile prevenire il tumore alla prostata con la dieta? 

    ·         Ho una prostatite! Questo aumenta il mio rischio di sviluppare un tumore prostatico?

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    Artrite reumatoide: nove pazienti su dieci vedono compromessa la qualità della propria vita.

    (Notizie recentissime provenienti da Pagine Mediche).

    Chi soffre di artrite reumatoide vede seriamente compromessa la qualità della propria vita.E’ quanto emerge dall’ultima indagine condotta da Ipos Mori in undici paesi europei e presentata nei giorni scorsi.Complessivamente ben l’82% dei pazienti europei afflitti da una delle patologie autoimmuni più diffuse dichiara di vedere compromessa la qualità della propria vita, soprattutto al mattino a causa di una ridotta funzionalità.Ma se si guarda ai dati italiani la percentuale sale al 94% e, dei cento pazienti italiani intervistati, il 76% dichiara che la malattia condiziona la vita intera a causa del dolore e della rigidità muscolare e il 47% spiega che la malattia, con ciò che ne consegue, condiziona pesantemente i rapporti interpersonali.Maurizio Cutolo, direttore della clinica Reumatologica dell'Università di Genova, spiega che "l’artrite reumatoide è una patologia che colpisce circa 350 mila pazienti in Italia, soprattutto donne (con un rapporto rispetto agli uomini di 5 a 2)” e può seriamente compromettere la qualità della vita avendo, dunque, ripercussioni non solo fisiche ma anche psicologiche.Gli esperti ricordano che attualmente la terapia più efficace per il trattamento della malattia è quella cortisonica, che può risolvere anche il problema estremamente diffuso della rigidità muscolare del mattino grazie a un nuovo trattamento a base di prednisone a rilascio programmato: il farmaco va assunto prima di andare a dormire ma viene poi rilasciato nell’organismo in piccole dosi durante la notte in modo da essere efficace nelle prime ore del mattino.

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    Influenza: attenzione alle infezioni batteriche.

    Con la fine di gennaio e l'inizio di febbraio entra nel momento di massima criticità la stagione influenzale ed un'attenzione particolare deve essere posta nei pazienti che vengono ricoverati per forme severe di influenza. Oltre l'accertamento della presenza del virus A/H1N1, è bene controllare le sovra infezioni batteriche con un esame batteriologico. E' questo il suggerimento che AMCLI, Associazione Microbiologi Clinici Italiani, avanza alla comunità medico scientifica italiana e ai medici che nelle prossime 4 settimane si troveranno a gestire il picco dell'influenza invernale.Mentre i virus influenzali che stanno circolando in Nord America sono i ceppi virali A/H3N2, in Europa, Italia compresa, il 70% delle infezioni in corso è dovuto al ceppo A/H1N1 pandemico, quello che l'anno scorso ha infettato oltre 60 milioni di persone.Il virus A/H1N1 ha una maggior capacità di replicare nelle basse vie respiratorie rispetto ai virus A/H3N2 e questo in parte spiega il numero consistente di infezioni che portano ad insufficienza respiratoria.Secondo AMCLI, l'insorgenza di mutanti a maggior capacità infettante, cosa che avviene tanto più frequentemente tanto più il virus si replica, costituisce una incognita del prossimo futuro e, vista la scarsa accettazione della vaccinazione da parte della popolazione italiana, questo aspetto sarà facilitato poichè saranno tante le persone 'indifese' che ospiteranno il virus e lo lasceranno crescere.Un ulteriore elemento di attenzione - secondo AMCLI - risiede nell'indicazione secondo cui l'influenza da virus A/H1N1 2009 porta con sè una particolarmente alta frequenza di sovra infezioni batteriche (in particolar modo Streptococchi di gruppo A, Pneumococchi e Meningococchi).

    La determinazione di una specifica specie batterica sovra infettante e del giusto antibiotico per risolverla, piuttosto che una copertura antibiotica generica, sono fondamentali per una rapida guarigione del paziente.

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    Ictus: congelare il cervello facilita la guarigione.

    Mettere il cervello di un paziente che ha subito un ictus nel ghiaccio potrebbe aumentare significativamente le possibilità di guarigione.A dimostrare gli effetti di questa 'ibernazione' è stato un gruppo di ricercatori dell'Università di Edimburgo in uno studio riportato dalla BBC.Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno unito i medici provenienti da tutta Europa che credono che l'ipotermia possa ridurre i danni al cervello in migliaia di pazienti colpiti da ictus.La tecnica prevede di abbassare la temperatura corporea di una persona a 35 gradi centigradi iniettando per via endovenosa gocce ghiacciate e usando tamponi raffreddanti. Si stima che in tutta Europa muoiano ogni anno per ictus mille persone, mentre circa 2mila sopravvivono riportando gravi disabilità."Le nostre stime - ha detto Malcolm Macleaod, che ha coordinato lo studio - dicono che l'ipotermia potrebbe migliorare la guarigione di oltre 40mila cittadini europei ogni anno".L'idea di 'congelare' il cervello per favorire il recupero è tutt'altro che nuova. Un chirurgo dell'esercito di Napoleone ha scoperto questa tecnica notando che i soldati feriti messi vcini a un fuoco morivano mentre quelli messi vicino alla neve sopravvivevano.Poi nel 2002, due studi, pubblicati sulla rivista New England Journal Of Medicine, hanno affermato l'importanza del raffreddamento del corpo dopo un attacco di cuore. I ricercatori hanno trovato che i pazienti i cui corpi sono stati raffreddati avevano migliori tassi di sopravvivenza e che il loro cervello funzionava meglio nei mesi dopo l'arresto.

    I risultati sono stati così convincenti che l'American Heart Association raccomanda l'attuazione di una lieve ipotermia (temperature ridotte) nei comatosi sopravvissuti a un arresto cardiaco. Ora gli scienziati provenienti da più di 20 paesi hanno chiesto a Bruxelles il finanziamento di una sperimentazione a livello europeo di questa tecnica.

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    Tiroidite di Hashimoto

    Che cos'è

    La tiroidite di Hashimoto, o tiroidite cronica autoimmune, è una malattia autoimmune caratterizzata da una reazione anomala degli anticorpi: i linfociti attaccano le proteine della tiroide, causandone la graduale distruzione e impedendo la produzione degli ormoni tiroidei di cui l'organismo ha bisogno.
    A partire da questa
    patologia è molto frequente l'evoluzione verso l’ipotiroidismo.
     

    Cause

    Le cause che generano la tiroidite di Hashimoto sono ancora sconosciute. Si sa che questa malattia è caratterizzata da una certa ereditarietà, soprattutto associata ad altre malattie immunitarie, come il diabete di tipo 1 e la celiachia.
    In generale, se in famiglia esiste un qualche caso di disturbo immunitario, esiste una buona percentuale di rischio che anche gli altri componenti sviluppino la stessa patologia.

    L'insorgere della tiroidite di Hashimoto è stato riscontrato in percentuale decisamente maggiore nelle donne, e soprattutto durante il periodo della gravidanza.
     

    Sintomi

    La tiroidite di Hashimoto è in molti casi asintomatica.
    Negli altri casi i sintomi più comuni, tipici delle forme di ipotiroidismo in generale, sono: affaticamento,
    depressione, sensibilità al freddo, sovrappeso, smemoratezza, debolezza muscolare, viso gonfio, pelle e capelli secchi, costipazione, crampi muscolari, mestruazioni abbondanti, innalzamento del livello di colesterolo, difficoltà di concentrazione, stati d'ansia, gonfiore alle gambe.

    In alcuni pazienti inoltre sono stati riscontrati ulteriori sintomi, quale il gonfiore della
    ghiandola tiroidea, altrimenti detto gozzo.

    I sintomi diventano generalmente più evidenti man mano che le condizioni del paziente peggiorano e in stretto rapporto con il rallentamento del
    metabolismo.
     

    Diagnosi

    La diagnosi avviene sulla base di e soprattutto si basa su importanti indagini di laboratorio: il dosaggio del TSH (ormone ipofisario che controlla la tiroide), dei valori di FT4 ed FT3 (frazioni libere degli ormoni tiroidei circolanti nel sangue), la ricerca degli anticorpi (AC) anti-tireoperossidasi.

    Oltre ad avvalersi degli
    esami del sangue, la diagnosi della tiroidite di Hashimoto può avvalersi di rilievi anamnestici (storia familiare e personale clinica del paziente) e dell'ecografia tiroidea. Quest'ultima permette lo studio morfologico della ghiandola ed una valutazione delle sue dimensioni. Talvolta può anche essere necessario il ricorso all'esame citologico (ago-aspirato) e/o alla scintigrafia.
     

    Complicazioni

    In mancanza di un'adeguata terapia la sindrome di Hashimoto può provocare ulteriori disturbi, come cambiamenti del ciclo mestruale, problemi dell'ovulazione e un incremento del rischio di aborto e di infarto.
    È particolarmente importante essere sotto continuo controllo medico in caso di terapia durante il periodo di gravidanza. Un trattamento inadeguato della patologia può comportare problemi alla crescita del bambino, per cui è molto importante controllare spesso il giusto dosaggio della somministrazione di ormoni.
     

    Terapia

    La tiroidite di Hashimoto è trattata con una terapia sostitutiva di tipo farmacologico, caratterizzata dall'assunzione di ormoni tiroidei, con l'obiettivo di ristabilire il giusto livello di ormoni della tiroide. In molti casi la terapia va continuata per il resto della vita del paziente.
    Il dosaggio della terapia va dosato periodicamente, sulla base del livello di ormoni presente nell'organismo del paziente.
    Il ristabilimento dell'equilibrio del livello ormonale riduce l'insorgere dei sintomi.

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    Obesità: colazione ricca non fa mangiare meno.

    Non è vero che se si fa una colazione abbondante poi si mangia meno durante il giorno, anzi: secondo uno studio pubblicato dalla rivista Nutritional Journal le abitudini mattutine non influenzano affatto la quantità di calorie assunte durante il resto della giornata.I ricercatori dell'Else-Kroner-Fresenius Center of Nutritional Medicine di Monaco di Baviera hanno investigato sulle abitudini alimentari di 300 volontari, chiedendo loro di compilare un diario sui cibi mangiati.Nel gruppo c'erano persone che facevano una colazione abbondante, persone che ne facevano una normale, inferiore di 400 calorie, e altre che invece saltavano la colazione.

    "Il risultato dello studio ha mostrato che le persone mangiano le stesse cose a pranzo e cena, indipendentemente da cosa hanno mangiato per colazione - ha spiegato Volker Schusdziarra, uno degli autori - questo vuol dire che una colazione abbondante implica che a fine giornata si sono incamerate 400 calorie più degli altri. L'unica differenza che abbiamo visto è che in questo caso si salta uno snack a metà mattinata, ma questo non è sufficiente a diminuire sensibilmente le calorie totali".

     

    (Le preziose notizie provengono da Pagine Mediche).

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